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L’ultimo trofeo di Thiago Motta, ora farà l’allenatore

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Ha fatto in tempo a conquistare l’ultimo trofeo della sua carriera. Ora è arrivato il momento di dire addio al calcio giocato. Farà l’allenatore Thiago Motta, comincerà dall’under 19 del suo club, il Paris Saint Germain, che battendo per 2-0 il Les Herbiers ha conquistato la Coppa di Francia. Lascia con un rimpianto, non avere vinto con lo squadrone francese la sua terza Champions League, dopo quelle conquistate con il Barcellona prima e con l’Inter poi. E riparte con un sogno, allenare un giorno la prima squadra del Psg, magari per vincere dalla panchina quella Champions che il club del presidente Al Khelaifi insegue da tanto tempo.

Vivere bene il momento dell’addio
«Vivo benissimo questo momento – dice l’ex giocatore della Nazionale italiana in una intervista al quotidiano francese L’Equipe – anche se c’è sempre un po’ di tristezza quando chiudi la carriera. Se faccio un bilancio, è molto positivo, ho dei bei ricordi. Ho parlato più volte del mio futuro con il presidente, con il quale ho un ottimo rapporto. Il fatto di avere trovato, già l’anno scorso, un accordo per prolungare di un anno e poi continuare in un altro ruolo mi ha dato molta tranquillità. Anche se cambierò vita, sono contento di farlo. So che potrà essere il mio futuro».

Quella finale mai giocata
Sia con il Barcellona che con l’Inter Thiago Motta ha vinto la Champions League. Ma in tutte e due le circostanze non ha potuto giocare la finale. Avrebbe voluto cancellare questa mancanza con il Psg, ma con il team francese non è mai riuscito nell’impresa di qualificarsi per la finale.

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Gli anni del Barcellona
In occasione del suo addio, Motta ha rilasciato una lunga intervista anche alla Gazzetta dello Sport, ripercorrendo tutte le tappe della carriera sin da quando era bambino e giocava per le strade della sua città, San Paolo, oppure ai tornei scolastici di calcio a 5. Il Barcellona se lo prese che aveva 16 anni, pescando l’unico della selezione under 17 brasiliana senza contratto professionistico. Gli portarono la maglia autografata dal suo idolo, Rivaldo, e vinsero facilmente la concorrenza della Juventus. In blaugrana giocò con Rivaldo e Ronaldinho, poi Messi ed Eto’o. «Ma il compagno più forte mai avuto per me è stato Deco», dice Thiago. «L’avversario invece è stato Zidane, immarcabile. Non sapevi mai dove si girava». Anche Messi, del resto, è imprevedibile. «Leo – spiega – è un amico, ma la prima volta in allenamento gli entrai durissimo. Suo padre venne a dirmi che avevo esagerato, ma era l’unico modo per fermarlo. Eto’o era un leader in campo e fuori. Mostruoso tecnicamente e fisicamente. Fu lui la chiave del successo anche all’Inter. Ma la prima Champions la vinse con il Barcellona». Era il 2006, Saint-Denis, lo stesso stadio della vittoria del Psg in Coupe de France. Fu un 2-1 all’Arsenal, gol di Eto’o e Belletti. Rijkaard lasciò in panchina Thiago, come fece con Iniesta. Ma lo spagnolo entrò all’inizio della ripresa al posto di Edmilson, lui no, non giocò neppure un minuto della finale. Restò ancora un anno in Catalogna, poi andò via, destinazione Atletico Madrid. «E mi feci male di nuovo – ricorda -. Dopo tre operazioni al ginocchio mi credevo finito. Il Racing Santander mi scartò. Jorge Mendes mi portò a un provino al Portsmouth, con Lassana Diarra, e mi parlava del Chelsea di Scolari. Ma quello inglese non era calcio per me. Per fortuna il mio procuratore e amico Alessandro Canovi mi portò al Genoa».

La rinascita in Italia e il Triplete
L’Italia gli permise di rinascere, ma non fu subito facile. «Prima il presidente Preziosi – svela Thiago Motta alla Gazzetta – mi fece fare due visite mediche e ci litigai sul contratto, in pizzeria a Desenzano. Poi firmai in spogliatoio durante un Genoa-Milan. Anche con Gasp non fu facile. Rischiai di andarmene al primo allenamento, dopo 3 ore di esercizi temevo per il ginocchio. Ma Gasp mi fece innamorare di nuovo del calcio. Anche se il giorno dell’esordio dalla panchina ero senza scarpini e parastinchi perché non pensavo di entrare. Non vi dico le urla del Gasp».
Il passaggio all’Inter nell’estate del 2009. «In realtà – spiega l’ex nerazzurro – la Roma mi offriva di più, ma Preziosi venne in spogliatoio a dirmi che mi aveva ceduto con Milito all’Inter. Mourinho mi chiamò per chiedermi se ero pronto ad andare in guerra: era uno che ti sapeva motivare». E fu subito Triplete. «La svolta – chiarisce Motta – ci fu a gennaio, dopo la Coppa d’Africa. Mou rimproverò Eto’o davanti a tutti di non fare abbastanza. E lui si mise a fare pure il terzino. Ma che sofferenza sfidare i miei ex compagni del Barça in semifinale». Una semifinale che costò a Thiago l’espulsione e soprattutto la squalifica che gli fece saltare anche la seconda finale.

Il passaggio al Psg
Un anno e mezzo dopo era già arrivato il momento di fare le valigie per la quarta tappa importante della sua carriera, il Psg. «Branca non mi voleva – racconta Thiago Motta – e diceva a tutti che il problema dell’Inter ero io. A gennaio del 2012 mi chiamò Leonardo, nonostante avessimo avuto un duro confronto all’Inter. E poi pure Ancelotti. In teoria c’era l’accordo per giugno, ma l’Inter prese Guarin e Moratti mi lasciò andare». In estate, con la maglia azzurra, l’Europeo che portò l’Italia alla finale poi persa nettamente con la Spagna. «Mi infortunai subito, ma la partita era già persa. Quell’Europeo rimane lo stesso un bel ricordo».

La voglia di allenare Neymar
Da allenatore Thiago Motta comincerà con i giovani. «Ma un giorno voglio allenare la prima squadra del Paris Saint-Germain, voglio allenare Neymar. Certo, possono succedere tante cose. Voglio andare avanti tappa dopo tappa ma non mi nascondo, nella mia testa l’obiettivo è quello, anche se ancora lontano. Come quando, a inizio carriera, mi ero prefissato, un giorno, di giocare nel Barcellona». Auguri, Thiago.

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